{"id":191,"date":"2025-10-27T09:47:28","date_gmt":"2025-10-27T09:47:28","guid":{"rendered":"https:\/\/newglobaleconomy.org\/?page_id=191"},"modified":"2025-11-07T08:53:31","modified_gmt":"2025-11-07T08:53:31","slug":"21-the-one-contracting-party-apparent-economy-in-the-international-trade-debate","status":"publish","type":"page","link":"https:\/\/newglobaleconomy.org\/it\/the-theory-of-the-one-contracting-party-apparent-economy\/21-the-one-contracting-party-apparent-economy-in-the-international-trade-debate\/","title":{"rendered":"L&#8217;economia apparente a contraente unico nel dibattito sul commercio internazionale"},"content":{"rendered":"<p>Le tradizionali teorie economiche considerano il commercio come uno <strong>scambio tra entit\u00e0 economiche con interessi contrapposti<\/strong>. Dalla teoria ricardiana dei vantaggi comparati (secondo cui l&#8217;elemento determinante del commercio internazionale \u00e8 la specializzazione dei paesi nella produzione di quei beni su cui si ha un vantaggio comparato misurato in termini di minore costo-opportunit\u00e0), al teorema di Heckscher e Ohlin (il commercio internazionale \u00e8 determinato non soltanto dalla produttivit\u00e0 del lavoro ma anche da una diversa dotazione di altri fattori produttivi), l&#8217;assunto di base \u00e8 lo scambio tra una impresa che vende e una impresa che acquista.<\/p>\n<p>Negli studi pi\u00f9 recenti a partire dagli anni &#8217;80, nella consapevolezza che il commercio internazionale incorpora in s\u00e9 fenomeni non inclusi nelle teorie pi\u00f9 tradizionali, l&#8217;attenzione \u00e8 stata focalizzata sulle <strong>dinamiche del commercio di input intermedi<\/strong>.<\/p>\n<p>Talune ricerche hanno posto al centro dell&#8217;analisi la competitivit\u00e0 basata sui costi e sui prezzi dei fattori<a href=\"#_ftn1\" name=\"_ftnref1\">[1]<\/a>. In altri casi, \u00e8 stato anche adottato l&#8217;approccio dei diritti di propriet\u00e0<a href=\"#_ftn2\" name=\"_ftnref2\">[2]<\/a>, ossia elaborazioni teoriche che considerano la propriet\u00e0 dei mezzi di produzione, ovvero degli investimenti, una variabile cruciale che influenza le contrattazioni tra acquirenti e venditori, facendo inclinare l&#8217;ago della bilancia in favore di chi li possiede, tenendo conto delle fasi negoziazione <em>ex<\/em> ante ed <em>ex<\/em> post in ragione dell&#8217;incompletezza dei contratti che regolano lo scambio.<\/p>\n<blockquote>\n<p>L&#8217;assunto di base degli scambi fra imprese differenti implica che ciascuna di esse operi nel mercato investendo nel proprio sistema produttivo per migliorare la produttivit\u00e0 dei fattori ed essere in tal modo competitiva. <strong>Negli scambi intra-firm (\u201ca contraente unico\u201d) tali dinamiche sono compromesse<\/strong>.<\/p>\n<\/blockquote>\n<p>Gli studi sul commercio internazionale, pertanto, analizzano gli scambi intra-firm non considerando come assunto di base lo scardinamento dei fondamentali dell&#8217;economia dovuto alla circostanza che i rapporti commerciali tra societ\u00e0 del medesimo gruppo si sostanziano in uno scambio apparente a contraente unico.<\/p>\n<p>Per esempio, una delle pi\u00f9 importanti elaborazioni teoriche sull&#8217;argomento<a href=\"#_ftn3\" name=\"_ftnref3\">[3]<\/a> propone un&#8217;analisi dei processi di specializzazione verticale della produzione dell&#8217;impresa multinazionale basata sulla possibilit\u00e0 di scelta tra il ricorso a un fornitore esterno o, in alternativa, a una sua filiale (FDI) per l&#8217;ottenimento di input intermedi. Il modello considera due livelli di contrattabilit\u00e0 in capo alla \u201ccasa madre\u201d (<em>principal<\/em>): quello con il dirigente della filiale, qualora scelga l&#8217;FDI, e quello con il fornitore esterno, ossia una impresa non soggetta al suo controllo. Essendo il manager considerato come un dipendente della \u00abcasa madre\u00bb, questa pu\u00f2 far leva su incentivi di tipo manageriale per ottenere il massimo rendimento, nonch\u00e9 su una maggiore possibilit\u00e0 di monitorarne le azioni, cosa che pu\u00f2 accadere in modo tutt&#8217;al pi\u00f9 molto ridimensionato con un&#8217;impresa indipendente. Si rileva inoltre che nel caso di affidamento in-house \u00e8 la societ\u00e0 madre ad accollarsi i costi di produzione iniziali, mentre in caso di ricorso all&#8217;outsourcing indipendente tali costi gravano sul fornitore esterno. In sintesi, <strong>la scelta della forma organizzativa \u00e8 condizionata dai vincoli contrattuali<\/strong>, considerati frutto di una negoziazione con una controparte, il manager o l&#8217;outsourcer.<\/p>\n<blockquote>\n<p>Se si utilizza l&#8217;approccio dell&#8217;economia a contraente unico, nei casi in cui la produzione di input venga delegata ad affiliate estere, il potere di contrattazione assume una forma e una natura diversa rispetto a quella prospettata.<\/p>\n<\/blockquote>\n<p>Per comprendere appieno l&#8217;importanza di tale fenomenologia, occorre sempre considerare <strong>la dimensione legale dello scambio<\/strong>, dove la fornitura di input intermedi intra-firm e la fornitura di input intermedi con un outsourcer indipendente \u00e8 appunto identica, nel senso che in entrambi i casi si stipula un contratto di scambio commerciale tra un venditore e un acquirente.<\/p>\n<p>Tuttavia, <strong>il contenuto dei rispettivi contratti esprime logiche economiche e commerciali strutturalmente differenti<\/strong>. Quando una <em>holding<\/em> negozia con un fornitore indipendente, si realizza una contrattazione che rispecchia interessi contrapposti, di chi vende e di chi acquista. Quando il contratto viene stipulato tra societ\u00e0 controllante e societ\u00e0 controllata, tale contrapposizione \u00e8 pressoch\u00e9 nulla.<\/p>\n<p>Ne deriva che la scelta di rivolgersi a una impresa esterna o a una affiliata dipende pi\u00f9 che altro dalla capacit\u00e0 di monitorare e dirigere l&#8217;ordinario funzionamento delle attivit\u00e0 svolte dal personale della societ\u00e0 estera controllata, obiettivo funzionale all&#8217;accaparramento del valore aggiunto che generalmente un imprenditore indipendente, con i propri investimenti, cerca di creare per s\u00e9.<\/p>\n<p>La <strong>produttivit\u00e0 delle societ\u00e0 controllate<\/strong> \u00e8 un dato che dipende in misura prevalente dalle scelte sugli investimenti poste a monte dalla \u201csociet\u00e0 madre\u201d, ovvero dalla controparte contrattuale.<\/p>\n<blockquote>\n<p>La <strong>teoria dei giochi di Nash<\/strong> \u2013 invocata in merito alle distorsioni contrattuali ex ante ed ex post con l&#8217;approccio dei diritti di propriet\u00e0 \u2013 <strong>non \u00e8 pertanto in grado di spiegare le strategie e gli equilibri del commercio intra-firm<\/strong>. Il giocatore \u00e8 soltanto uno: l&#8217;impresa di gruppo, sebbene questa operi mediante pi\u00f9 entit\u00e0 legali. Lo scambio avviene nella dimensione legale, mentre in quella economica <em>reale <\/em>vi \u00e8 una impresa <em>unica<\/em> che ha la necessit\u00e0 di produrre nel suo complesso maggiori profitti e sostenere minori costi. Il <em>vero<\/em> contraente, ovvero il giocatore, non \u00e8 un&#8217;altra impresa, semmai un insieme di portatori di interessi della societ\u00e0 controllata, tra cui lavoratori e creditori.<\/p>\n<\/blockquote>\n<p>La teoria dell&#8217;economia apparente a contraente unico \u00e8 coerente con i risultati di talune ricerche empiriche<a href=\"#_ftn4\" name=\"_ftnref4\">[4]<\/a> secondo cui l&#8217;espansione delle importazioni di input intermedi da affiliate estere \u00e8 pi\u00f9 alta nei paesi ospitanti con salari bassi, con minori costi commerciali e dove \u00e8 possibile sfruttare altre variabili favorevoli, tra cui condizioni politiche pi\u00f9 vantaggiose.<\/p>\n<p><a href=\"#_ftnref1\" name=\"_ftn1\">[1]<\/a> Cfr. Helpman E., Krugman P., 1986, che considerano l&#8217;esistenza di economie di scala interne (ma anche esterne) all&#8217;impresa che partecipa agli scambi internazionali, nonch\u00e9 altre variabili microeconomiche come i gusti dei consumatori.<\/p>\n<p><a href=\"#_ftnref2\" name=\"_ftn2\">[2]<\/a> Teoria esposta per la prima volta da Grossman e Hart (1986),\u00a0 cui si sono aggiunti i contributi di Hart and Moore (1990) e Hart (1995). Pi\u00f9 recentemente, in senso critico, Tadelis and Williamson (2012). Cfr. gli studi di Antras per un focus specifico sul commercio intra-firm. Cfr. inoltre, anche per una sintesi delle teorie in campo, il recente contributo di DanielM\u00fcller e Patrick W.Schmitz, <em>Transaction costs and the property rights approach to the theory of the firm<\/em>, in European Economic Review, vol. 87, August 2016, pp. 92-107.<\/p>\n<p><a href=\"#_ftnref3\" name=\"_ftn3\">[3]<\/a> Cfr. Grossman e Helpman, <em>Managerial incentives and the international organization of production<\/em>, Journal of International Economics, n. 63, 2044, pp. 237-262. Sul tema, cfr. inoltre Pol Antr\u00e0s, <em>Firms, Contracts, and Trade Structure<\/em>, The Quarterly Journal of Economics, MIT Press, vol. 118(4), pp. 1375-1418; Toshiyuki Matsuura and Banri Ito, <em>Intra-firm trade and contract completeness: Evidence from Japanese affiliate firms<\/em>, in Internationalization of Japanese Firms: Evidence from Firm-level Data, Springer Japan, 2013, pp. 151-169.<\/p>\n<p><a href=\"#_ftnref4\" name=\"_ftn4\">[4]<\/a>\u00a0Cfr. Gordon H. Hanson, Raymond J. Mataloni, Jr. e Matthew J. Slaughter, <em>Vertical Production Networks in Multinational Firms, The Review of Economics and Statistics<\/em>, 2005 87:4, pp. 664-678.<\/p>\n\n\n<p><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Le tradizionali teorie economiche considerano il commercio come uno scambio tra entit\u00e0 economiche con interessi contrapposti. 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